Friday, April 22, 2011

Il parere di "Heart of Glass"

-Link all'articolo originale-

Prodotto da: Gleam
Registrato a: Black Bananas Studios


Prendete diverse infatuazioni musicali in diverse epoche stilistiche. Siete capaci di assemblarle in un puzzle sonico, dall’umore lunatico e da una struttura lontana dal classico verse-chorus-verse? Qualunque sia la vostra risposta (ma a questo punto non me può fregar di meno!), provate ad ascoltare un disco che non suona nuovo, e forse non vuole nemmeno esserlo, ma che è abile a cambiare pelle e ritmi in maniera decisa e sensata, anche all’interno della singola sinfonia. I GLEAM sembrano divertirsi a prendere per il culo i recensori di mestiere (quindi non certo me, aha aha!), in quanto non lasciano mai tracce tangibili o chiaramente leggibili di un percorso musicale unico. Tuttavia nulla è abbandonato all’oblio lisergico dell’espansione mentale, e in questo secondo lavoro convivono, quasi sempre in maniera convincente, diversi stili ed originali soluzioni che strizzano l’occhio tanto alla wave paffutella dei primi 80′s, sia al rock dinosauro di metà anni settanta.


Lady Psyché and her Heart Mechanix, può apparire forse un album complesso, ma in realtà l’approccio di costruzione dei brani è istintivo, con mano leggera e semplice a tessere melodie poliglotte. Berber Dance apre le danze con un vocione roco e strozzato come un Tom Waits in acido, contemplativo, emozionante e sgraziato allo stesso tempo. E se musicalmente è un petulante basso a fare da ariete, la fluidità delle chitarre lascia abbastanza soddisfatti; fintantoche la cantilena cupa e sommessa viene rivoltata e ribaltata da un cambio scena -più che di tempo- che mima verso un rock pomposo e colorato alla Toto oserei dire.
Feeling Lazy balza di colpo in un atmosfera non dissimile a quelle dei primi smaliziati U2 (ed accettabili, permettetemi!), con l’aggiunta di un funk ancora imballato e avvolto in naftalina. Tuttavia la creazione del pathos ed dell’atmosfera sembra essere una prerogativa della band, che archiviati questi due primi canonici brani, passa ad una più consapevole prova di forza, annegando la sei corde in fiumi di flanger e delay. Quasi vintage, quasi wave Out of Sync, che lambisce le pareti del pop, senza impiastricciarsi troppo le mani. Sussulto personale per Blond Purslane, parentesi meno ispirata del disco, probabilmente per quello stacco dal secondo trentesimo in cui riconosco echi doorsiani dal retrogusto lascivo.

Le soluzioni musicali non raggiungono mai l’estremo, insomma i Gleam non sono freddi sperimentatori con il pallino dell’analogico, ad ogni modo il loro rock soppravvive, talvolta con soluzioni lineari, talvolta con barlumi di accecante originalità. Tra tutte mi colpisce Sugarless, se non altro per il timbro malinconico e stremato della chitarra, come se i My Bloody Valentine coverizzassero l’hair metal, o altre ballate da macho duro ma sensibile dentro (mumble … mumble!). Da segnalare good vibrations per Frantic touches, lucid dreams nel quale aleggia un fresco pianoforte, in una ballata-concept che strizza l’occhio al british-style.
Album sostanzialmente ben costruito, ma che deve essere preso con l’umore giusto, limato e sfumato in alcuni cambi di ritmo e stile, a volte la sensazione è quella di un trapasso tra la modalità arcade e simulazione…
Suggerimento: assolutamente potenziare le percussioni!

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Monday, April 11, 2011

Il parere di "Jamyourself.com"


Tra le definizioni della parola gleam che ho trovato su internet, quella che secondo me si avvicina di più allo spirito dei Gleam con il loro "Lady Psyché and her Heart Mechanix" è "bagliore, luce debole", un termine che dà l'idea di incertezza, mistero dovuto al vedo-non vedo, dove le ombre creano strani paesaggi e non rivelano completamente tutto quello che stiamo vedendo.
Questo album secondo me sposa perfettamente questi termini: un rock pacato, un po' sognante, amante delle sonorità di decenni fa, che mai si lascia andare completamente rimanendo sulle sue. Tutti i pezzi seguono questo stile, chi più e chi meno, e dipingono un quadro sonoro decisamente gradevole per gli amanti del genere.
Il pezzo migliore del lotto secondo me è la bellissima "Frantic touches, lucid dreams", differente dagli altri soprattutto per la presenza di più strumenti al di fuori del solito schema basso-chitarra-batteria, e dal tocco di matrice Coldplay che, nonostante la band di Chris Martin la trovi insopportabile, qui non mi spiace affatto.
Il lavoro del duo Andrea Salerni - Davide Gozio è ben fatto e ben realizzato, interessante dal punto di vista musicale senza però niente di particolarmente innovativo al suo interno, cosa che tra l'altro andrebbe un po' a stridere con la loro proposta. Un disco però che secondo me non riuscirà ad essere largamente apprezzato, risulta un po' schiavo di quel rock indie/alternativo un po' introspettivo che male si concilia con le grandi masse e con gli amanti delle produzioni, anche sempre nello stesso filone musicale, un po' più elaborate.