Monday, September 5, 2011

CRITICA ALLA CRITICA: la nostra risposta alla recensione di "Extra! Music Magazine"

Alle recensioni non si deve rispondere. Che siano negative o positive. E infatti non abbiamo mai risposto prima di oggi. Quando gli errori, le inesattezze, le follie di spelling sono numerose e quando ci vengono messe in bocca frasi che non abbiamo mai dichiarato, crediamo che sia doveroso scrivere delle precisazioni, per evitare di far credere agli sventurati che si trovino a leggere la recensione in oggetto che siamo d’accordo con quanto scritto e che quanto scritto riflette ciò che siamo.
Tradotto in sintesi: quando è troppo, è troppo.
Abbiamo sempre pubblicato tutto, anche le recensioni negative (e ci mancherebbe). Le recensioni più utili sono quelle negative; quelle positive e osannanti sono di grande soddisfazione ma di scarsissima utilità – non si impara niente dagli elogi. Desideriamo pubblicare comunque una recensione (del 26 agosto) non di certo buona, ma in più commenteremo nel merito l'analisi di Extra! Music Magazine e in particolare della sua autrice Martina Consoli.

Il titolo della recensione pubblicata è il seguente:
Gleam
Lady Psichè and Her Heart Machine
2011
CD autoprodotto
Martina Consoli
Già il titolo della recensione mostra uno spelling imbarazzante, oserei dire irrispettoso nei confronti di chi sceglie di battezzare un album in un determinato modo. Dietro ai titoli di canzoni e raccolte di canzoni c'è un ragionamento – c’è qualcuno che ha investito del tempo per concepire un’idea. Chi storpia titoli (per qualsiasi motivo, mai sufficientemente importante), storpia i ragionamenti, quindi i concetti; e vale tanto per i "Pearl Jam" (che essendo famosi meritano rispetto) quanto per gli "Sfigati Emergenti Sig Nessuno" (che non essendo famosi meritano comunque rispetto).

La recensione inizia in questo modo:
"Musica per diletto, facciamoci compagnia per un paio d’ore in qualche bar in centro, i bresciani Gleam non avanzano nessuna pretesa circa il loro album intitolato “Lady Psyché And Her Heart Machinex”."
Ancora una volta la sventurata autrice mette maiuscole a caso ed inventa vocaboli singolari (per lei evidentemente le maiuscole non hanno un significato, come nemmeno lo spelling). Divertentissima l’incongruenza col titolo del suo articolo: "Psichè" diventa "Psyché", accenti al contrario e una “i” che diventa “y” – lei stessa sbaglia due volte il titolo dell’album all’interno dello suo articolo (ma non può fare “copia e incolla” così l’errore c’è ma é soltanto uno?!). Questa volta ci azzecca, la seconda parola del titolo è finalmente corretta, due tentativi, niente male; tuttavia sorge naturale una domanda: chiunque può sbagliare titoli a piacere su questa rivista senza che nessuno costituisca un filtro nell’iter di pubblicazione?
E vogliamo parlare di “Her Heart Machinex”? Ma cos’è un Machinex? Se lo sarà chiesto l'autrice? Un nuovo modello di frullatore? Un eroe dei Transformers o un personaggio di Matrix? Nel titolo della SUA recensione l’autrice non usava “Machinex” ma “Machine” (entrambi sbagliati, non vi preoccupate). Quindi prima si parte da “Her Heart Machine” (la sua macchina del cuore) e si arriva a “Her Heart Machinex” (il suo Machinex del cuore).
Il MITICO MACHINEX! Una sorta di amico del cuore dall’intelligenza meccanico-artificiale che ha una relazione (con però tanti attriti… soprattutto metallici essendo lui un Machinex) con la famossissima Lady Psichè (ma senza la y, perché il greco non conta un cazzo, vero?): evviva la science fiction.

Chiariamo una cosa: il titolo dell’album è “Lady Psyché and her Heart Mechanix”, “La signora Psyché e le sue Meccaniche del Cuore”. Perché “Meccaniche del Cuore” è maiuscolo? Perché è il titolo di un libro; perché “and her” non è maiuscolo? Perché non ha alcun senso che lo sia.

La recensione inizia quindi così:
"Musica per diletto, facciamoci compagnia per un paio d’ore in qualche bar in centro, i bresciani Gleam non avanzano nessuna pretesa circa il loro album intitolato “Lady Psyché And Her Heart Machinex”. Costituiti da due membri, ‘Il Sale’ e ‘Dave Pàiza’, rispettivamente di professione ingegnere l’uno e commercialista l’altro, dichiarano testualmente: “tra una busta paga e l’altra affermiamo tutto quello che normalmente si può dire, lo diciamo in musica”."
Su queste poche righe si potrebbe scrivere una tesi di laurea (ambito antropologico-burlesco ovviamente). Fantastico il “facciamoci compagnia per un paio d’ore in qualche bar in centro” e il “non avanzano alcuna pretesa”: dalla prime righe si nota il tono dispregiativo, come se “Musica per diletto”, come scrive la regina dello spelling, sia una concetto da disprezzare.
E poi ancora una chicca, la critica musicale scrive:
"dichiarano testualmente: “tra una busta paga e l’altra affermiamo tutto quello che normalmente si può dire, lo diciamo in musica”."
Citando una nostra vecchia e superata biografia che invece recita:
"tra una busta paga e l’altra affermiamo tutto quello che normalmente NON si può dire, lo diciamo in musica"
I dettagli, ancora una volta fanno la differenza (sia per lo spelling che per il resto). La regina dello spelling si dimentica un “NON” grosso come una casa: “affermiamo in musica ciò che normalmente NON si può dire”. È tutto il contrario rispetto a quanto da lei scritto e pubblicato. La recensione però ormai ha scelto la sua impostazione, come già detto dispregiativa, partendo da questo assunto. Ma che cavolo di frase sarebbe “affermiamo tutto quello che si può dire, lo diciamo in musica”? Ma chi, oltre agli autori dei brani per X-Factor o forse a Miley Cyrus o ai Papaboys, potrebbe dire una cosa tanto grave e sputtanarsi in partenza con una dichiarazione che punta a screditare sé stessi piuttosto che presentarsi in modo dignitosamente controcorrente, alternativo, critico? E ancora una volta, perché nessuno della rivista “Extra! Music Magazine” controlla quello che questa signora scrive e poi pubblica?


E poi si continua:
"C’è da dire altresì che l’album è entrato ormai nel canale distributivo, primo o poi arriverà al fruitore finale a cui poco importa l’origine della musica che giunge alle sue orecchie, vuole semmai ascoltarla e decidere se soddisfa a pieno i suoi gusti. Considerato il lavoro che svolgono, si pensa che questo particolare non di certo trascurabile l’abbiano messo in conto."
Confesso che non ho colto bene il nesso, questa frase è ai limiti dell'incomprensibile; però “primo o poi” è bellissimo. Non è bellissimo invece il concetto che passa: “al fruitore finale (l’ascoltatore, n.d.a.) poco importa l’origine della musica che giunge alle sue orecchie”. Forse a lei non interessa, a milioni di (orribilmente da lei definiti) “fruitori finali” interessa molto conoscere la musica prima di ascoltarla. Sapere di chi è la voce, da dove vengono le idee, se il sound sia riconducibile a questioni biografiche o a scelte commerciali. E poi cosa c’entra con il fatto che secondo lei noi “affermiamo tutto ciò che si può dire, in musica”? cosa c’entra che prima o poi verrà giudicato dall’ascoltatore? È ovvio che verrà giudicato da chi ascolta, come capita qualche miliardo di volte ogni giorno quando da qualsiasi parte del mondo qualcuno accende lo stereo e pensa “che merda questa musica” oppure “mi piacciono proprio questi!”. Ma che ovvietà è affermare che “il fruitore finale vuole ascoltare e decidere se soddisfa a pieno i suoi gusti” la musica che gli capita di ascoltare? Qualche altra banalità da aggiungere o può bastare?
"Partendo da questa premessa ci si avvia all’ascolto dell’album, il quale proprio così d’intrattenimento non sembra, prevalgono testi contorti ed intricati di cui spesso non si riesce a capire quale sia il loro reale significato."
Che l’album non sembri “proprio così d’intrattenimento” lo prendiamo davvero come un complimento. Certo è difficile trovare una definizione precisa di “album d’intrattenimento”: stiamo parlando di qualcosa di simile alla Macarena o ci possiamo avventurare fino ai Village People? Che prevalgano “testi contorti ed intricati” è assolutamente vero e siamo d’accordo con la critica su questo punto. Questo commento è arrivato da più fronti e da diversi “fruitori finali” (più leggo questa espressione più mi risulta agghiacciante). Alcuni madrelingua inglese hanno evidenziato l’eccessiva complessità, il lessico a tratti antiquato, quasi poetico (spiccio) che stride con la proverbiale e giustificabile “accessibilità” delle liriche del rock moderno; questo commento è obiettivamente corretto e ne stiamo già facendo tesoro per il prossimo album - e tuttavia, lo prendiamo, in parte, ancora come un complimento; tendenzialmente riteniamo più comprensibile criticare la pochezza espressiva rispetto alla ricercatezza, ma è senza dubbio vero che un’esagerata ricerca della terminologia complessa e datata può causare un eccessivo distacco dell’ascoltatore (o del “fruitore finale” come qualcuno disse).
"Vari sono i generi esplorati dalla band: pop, rock, indie, blues, intrisi di melodie semplici ma talvolta scanzonate e poco orecchiabili."
Sappiate che questo è l’unico richiamo ad un genere che viene fatto nella recensione; questa è stata infatti la recensione con meno riferimenti a generi e a band famose (che solitamente serve a far comprendere meglio al lettore di cosa si stia parlando...) che mai ci sia stata fatta. E questo è un forte fattore a sostegno della tesi per cui questa recensione nasconde una profonda inadeguatezza.

Tra molte critiche positive ricevute nei mesi, ne sono ovviamente arrivate anche di negative; capita per esempio che il recensore di “rockambula.com” affermi:
"Le canzoni non suonano vintage, suonano antiche."
che il recensore di “sulpalco.com” affermi:
"Decisamente di puro stampo anni ottanta e con sonorità anni novanta."
che il recensore di “heartofglass.org” affermi:
"l’aggiunta di un funk ancora imballato e avvolto in naftalina."
e
"Suggerimento: assolutamente potenziare le percussioni!"
che il recensore di “Jamyourself.com” affermi:
"un rock pacato, un po' sognante, amante delle sonorità di decenni fa, che mai si lascia andare completamente rimanendo sulle sue."
Tutte queste critiche estremamente costruttive e comprensibili, sono sempre motivo di riflessione per noi. Molto spesso ci troviamo anche d’accordo e avevamo solamente bisogno che qualcuno ce lo dicesse. Così si fanno le recensioni, così si fa la critica.

Poi la regina dello spelling prosegue:
"Alcune delle canzoni sono il frutto di ispirazioni nate da viaggi compiuti dai due bresciani come “Berber Dance” e “Souls Of Africa” che rimandano al continente africano ed in particolare nella prima, il duo è riuscito a ricreare un’atmosfera dark e misteriosa inerente alla celebrazione di chissà quale rito magico. Altro paese citato è l’America, ben riuscite sono le descrizioni e i racconti di personaggi e luoghi conosciuti nella California che emergono da “29 Palms” in cui è interessante il soliloquio del songwriter che si chiede se dovrebbe scrivere un pezzo da hit destinato alle radio oppure se si può sbilanciare e magari mirare a qualcosa di diverso , “Frantic Touches, Lucid Dreams” che rende omaggio alla città di New York."
Ammesso che “inerente alla celebrazione di chissà quale rito magico” non sia una presa in giro (e non crediamo lo sia), sembra che l’autrice qui ci faccia dei complimenti. E soprattutto, cosa che nessun altro prima aveva fatto, capisce e traduce perfettamente il senso della variazione di “Twentynine Palms” (“Twentynine Palms” è una cosa, mentre, come scrive lei “29 Palms” è un’altra, ma non faremo troppo i pignoli). Proprio perchè stiamo scrivendo una critica alla critica, se troviamo qualcosa di valido lo evidenziamo volentieri.

Così l’autrice termina il suo pezzo:
"Il resto dell’album procede sempre con le medesime melodie spesso incostanti e contorte, fin troppo stanche e ripetitive, l’ascoltatore si risveglia dall’assopimento solo alla nona traccia, “Awful Water”, in cui il ritmo sembra riacquistare un senso e il tempo musicale la compostezza che merita. E’ proprio questo pezzo che i Gleam dovrebbero tenere presente come punto di partenza per un eventuale prossimo album, a meno che non vorranno suonare solamente tra le quattro mura della loro casa."
Ma quanti errori ci sono in questa recensione? un altro? sì, un altro! “Awful Water” non esiste e se esiste non è un nostro pezzo. Noi abbiamo scritto “Awful voter”. E’ una canzone a sfondo politico, si tratta di un “Terribile elettore”; se la critica musicale in questione parla di “Terribile cesso” o “Terribile acqua”, allora non ci siamo proprio. Ma rileggerli gli articoli, no? La critica ci suggerisce di ripartire da questo pezzo per un prossimo album, ovvero di preparare una decina di canzoni nello stile di “Awful voter”. Ora sveliamo un segreto alla regina dello spelling:
"AWFUL VOTER" E’ UNA CANZONE PESSIMA!
Se c’è un pezzo del quale non andiamo fieri, è proprio questo. E’ stato inserito nell’album solo perchè sentivamo il bisogno di inserire un brano tamarroide, ma non ci ha mai convinto, è nato lucidamente per essere banale e prevedibile (e infatti lo è), è di gran lunga il brano tra quelli del nostro ultimo album che più è legato a matrici preistoriche della musica (hard rock fine anni ‘80 / inizio anni ‘90), non ha nulla di pungente, nulla di speciale, nulla di particolare, nulla di sorprendente, nulla di nulla, il tempo è quello, la batteria è petulante e chiunque può capirla perchè è stata sentita qualche miliardo di volte nella storia del rock moderno: questo pezzo è l’anti-avanguardia, l’anti-novità, l’anti-creatività. Rimaniamo orgogliosi di tutti i pezzi dell’album, ma proprio questo, quello che la critica di Extra! Music Magazine ci consiglia di imitare per evitare di “suonare solamente tra le quattro mura della nostra casa” è quello col quale abbiamo provato di meno a far sentire qualcosa di nuovo. E dovremmo farli tutti così in futuro?

E’ stato questo finale di recensione a farci capire che era il caso di scrivere una critica a questa critica. L’autrice della recensione è evidentemente abituata ad ascoltare un determinato genere musicale che lei ricerca nella musica che deve poi valutare, vuole i bei vecchi schemi (niente di male, per carità) e questa tesi trova prova, definitiva e irrevocabile, in questa frase:
“Awful Water”, in cui il ritmo sembra riacquistare un senso e il tempo musicale la compostezza che merita”
A lei piace la musica composta e allora non c’è davvero bisogno di altre spiegazioni. La critica musicale cerca schemi che corrispondano al suo gusto, tempi chiari, diritti e semplici, che la riconducano con l’ascolto alla musica che già conosce; ma per il prossimo album a noi di certo non interesserà in alcun modo comporre musica che già si conosce, quindi con il dovuto rispetto, non accoglieremo il consiglio di Extra! Music Magazine.

direttamente dalle 4 mura della nostra casa, 
all’interno delle quali suoneremo sempre
(e su questo nemmeno noi abbiamo particolari dubbi) 
felicemente ed orgogliosamente,

Saluti
GLEAM

(Link all'articolo: Articolo Corretto in seguito alla nostra risposta)

Nota delle 21.15:
Dopo poche ore dalla pubblicazione del nostro post, l'articolo di Extra! Music Magazine è stato modificato per quanto riguarda gli errori di spelling e citazione. Quindi se non ritrovate nell'articolo originale gli errori di cui si parla in questa nostra risposta, non è perché in realtà non ci sono mai stati e noi siamo dei visionari che si divertono a prendere in giro "Regine dello spelling" varie, ma perché li hanno corretti non appena gli è stato segnalato il nostro articolo.

Ringraziamo quindi Extra! Music Magazine per le tempestive correzioni.

Questo l'articolo originale a cui si riferisce il nostro pezzo (quando l'abbiamo letto la prima volta era troppo bello e abbiam deciso di farne qualche copia e salvarne qualche screenshot...):
Artista: "Gleam" 
Titolo: "Lady Psichè and Her Heart Machine" 
2011 
CD autoprodotto 
di Martina Consoli
Musica per diletto, facciamoci compagnia per un paio d'ore in qualche bar in centro, i bresciani Gleam non avanzano nessuna pretesa circa il loro album intitolato "Lady Psychè And Her Heart Machinex". Costituiti da due membri, "Il Sale" e "Dave Pàiza", rispettivamente di professione ingegnere l'uno e commercialista l'altro, dichiarano testualmente: "tra una busta paga e l'altra affermiamo tutto quello che normalmente si può dire, lo diciamo in musica".C'è da dire altresì che l'album è entrato ormai nel canale distributivo, primo o poi arriverà al fruitore finale a cui poco importa l'origine della musica che giunge alle sue orecchie, vuole semmai ascoltarla e decidere se soddisfa a pieno i suoi gusti. Considerato il lavoro che svolgono, si pensa che questo particolare non di certo trascurabile l'abbiano messo in conto.Partendo da questa premessa ci si avvia  all'ascolto dell'album, il quale proprio così d'intrattenimento non sembra, prevalgono testi contorti ed intricati di cui spesso non si riesce a capire quale sia il loro reale significato. Vari sono i generi esplorati dalla band: pop, rock, indie, blues, intrisi di melodie semplici ma talvolta scanzonate e poco orecchiabili.  Alcune delle canzoni  sono il frutto di ispirazioni nate da viaggi compiuti  dai due bresciani come "Berber Dance" e "Souls Of Africa" che rimandano al continente africano ed in particolare nella prima, il duo è riuscito a ricreare un'atmosfera dark e misteriosa  inerente alla celebrazione di chissà quale rito magico. Altro paese citato è l'America, ben riuscite sono le descrizioni e i racconti di personaggi e luoghi conosciuti nella  California che emergono da "29 Palms" in cui è interessante il soliloquio del songwriter che si chiede se dovrebbe  scrivere un pezzo da hit destinato alle radio oppure se si può sbilanciare e magari mirare a qualcosa di diverso , "Frantic Touches, Lucid Dreams" che rende omaggio alla città di New York.Il resto dell'album procede sempre con le medesime melodie spesso incostanti e contorte, fin troppo stanche e ripetitive, l'ascoltatore si risveglia dall'assopimento solo alla nona traccia, "Awful Water", in cui il ritmo sembra riacquistare un senso e il tempo musicale la compostezza  che merita.  E' proprio  questo pezzo che i Gleam dovrebbero tenere presente come punto di partenza per un eventuale prossimo album, a meno che non vorranno suonare solamente tra le quattro mura della loro casa.