Tuesday, December 3, 2013

Riprese Boreali



È stata una grande impresa accingersi a riprendere una storia che avesse come sottofondo la nostra nuova Borealis temptation, o almeno parte di essa. Tanto articolata è stata la preparazione al giorno delle riprese, quanto complesso, estenuante, tecnico, esaltante è stato vivere una giornata intera di telecamere, ottiche, automobili, freddo, cavi, pioggia, sacchetti di plastica, luci, fotografia e una certa Mercedes Hezbollah. L'aspetto più didattico (per noi musici profani) è coinciso con il sezionamento, graduale e meticoloso, di ogni microscopico pacchetto di sceneggiatura, di 3 secondi in 3 secondi, anche meno, necessario alle creazione di un racconto che funzionasse e che soprattutto fosse registrabile da una (sontuosa) telecamera. La storia è suddivisa con il coltello sottile e incisivo dell'occhio esperto di cinematografia (non di certo il nostro) e si sposta di punto di vista in punto di vista, lungo una scena improvvisata ma coerente, immaginata, ricercata e in seguito trovata nelle parentesi ingenue e sorprendenti di una provincia. Scovato non senza fatica proprio in una Terra Zero, il palcoscenico del nostro video si divide in due ambientazioni principali. Ci troviamo in bilico tra un centro culturale intelligente e vero di recente apertura (unicità e speranza in una terra altrimenti prepotentemente seduta) e tra un'urbanistica industriale inquadrata da discariche e centri commerciali (quale delle due categorie costruttive sia la più degradante non è conclusione semplice).
Borealis temptation parla di tutt'altro rispetto alla linea narrativa del videoclip. Ma è proprio il bello della musica potersi prestare e adattare ai liberi scenari di chi sa creare storie con il cinema, arte che sposa il materiale e l'astratto a differenza della musica, che vive nubile di aria e aria.

Monday, October 14, 2013

Benvenuti a Zeroland


II. Iuvenilia (15 oct '13)
III. Borealis temptation (16 oct '13)
IV. Space express (17 oct '13)
V. Never really gone (18 oct '13)

"Zeroland (part I)" by GLEAM
recorded between December 2011 and August 2013
at "Il Covo della Conversazione" and at "Black Bananas Studio", Brescia, Italy

Music & Lyrics by GLEAM
Recording & Editing by GLEAM
Recording, Mixing & Mastering by Andrea Gipponi at "Black Bananas Studio"
Lyrics Supervision by Bryan Balduf
Album Cover Picture by MM
Graphics by GLEAM

Thanks for the special support:
Andrea Gipponi, Bryan Balduf, Giovanni Raccagni, MM

«To those who don't run away but would want to; 
Hoping they will»

© GLEAM 2013. All rights reserved.

Tuesday, October 1, 2013

Cinque paragrafi, capitolo primo



Un paio di settimane e planeremo finalmente sul primo capitolo dei due che costituiscono il racconto della Terra Zero.

I
Come primo paragrafo musicale, facciamo conoscenza con una romanzo crudo proveniente sornione dal Lipandtremblecene (epoca antichissima, ai limiti del tempo) ambientato in una vallata florida di un'erba alta e verde che balla al tempo del vento (ammaestrato e diretto da una musa sregolata dai caratteri grezzi e magnetici, per imprevedibilità e poliedricità). I discorsi a bassa voce si chiudono supportati da note western, tempi psicologicamente problematici, pianoforti che suonano volontariamente come chitarre distorte;
Questa canzone riguarda un primo amore e si intitola "The dance of the blades of grass".

II
Scappiamo diventando per scelta bambini, chiediamo scusa inutilmente per i torti fatti in passato, parliamo con noi stessi come non siamo più e perfino con una piccola principessa decaduta; traballiamo su meridiani cinesi e ci avvinghiamo ancora a giuramenti antichi, lucidamente incatenati alla provincia. Domina un pianoforte che vorrebbe suonare indefinito come un ricordo e il basso rappresenta sempre di più il tempo che scava il terreno dell'esperienza sterile e non di certo quello della saggezza;
Questa canzone riguarda la parte malinconica dell'infanzia e si intitola "Iuvenilia".

III
Non si può quindi non risalire a tempi più adulti, salutare l'estro di un ballo che rievoca un avvenimento di qualche minuto, un incontro boreale nei suoi colori femminili, umoristico nel suo frigido epilogo inconcludente, perso sull'orizzontalità casta del mid-west (che oltre ad essere una regione è soprattutto uno stato d'animo, similmente alla nostra dolce e prevedibile Terra Zero). Lo ricordiamo col ritmo di chi è felice di aver perso una presunta occasione per preservare una felicità;
Questa canzone riguarda una grande ballerina e si intitola "Borealis temptation".

Wednesday, September 11, 2013

Alle porte della Terra Zero

In questi giorni lucidiamo l'insulso dettaglio, cercando virgole e sottigliezze percepibili solo da chi conosce la prima metà della Terra Zero da troppo tempo.
Una volta concluso il lavoro per "Lady Psyché", Dave Pàiza ed io inquadrammo (non senza battute d'arresto e non immediatamente) il nuovo progetto (intervallato dalla breve parentesi di "Happy Birthday Guru"). Immaginammo una Terra Zero. Questa strana terra (frutto di un progettato declivio per sogni) si propose con la volgarità dell'insistenza, come una sensazione senza contorni, priva di profondità e di spigoli. Indefinibile mediante un'immagine, follemente prolissa e ampollosa, ma sempre senza parole che ne svelassero la natura più atomica e profonda. La prospettiva di spiegarla in cinque brani musicali risultava tanto difficile da esser per forza irrinunciabile.

Approaching Earth Zero

Wednesday, July 24, 2013

Il Mandolino Centenario



Si impara a conoscere la musica nella sua forma digitale ed essa inevitabilmente accompagna per mano verso l'elettronica. Ci si avventura nella sperimentazione con i sintetizzatori e si passano ore a manipolare i suoni col computer. La musica moderna suggerisce e incoraggia la ricerca del suono. Ho pensato a lungo che questo fosse un punto di merito a favore del sound moderno. 

Poi mi trovo inaspettatamente tra le mani un mandolino napoletano di fine '800. Erano certamente decenni che non suonava. Fu acquistato negli anni '60 presso un antiquario a Napoli. Poi almeno cinquant'anni da soprammobile. Diventa nero, deformato e spento. Uno scheletro. 
Mi capita in seguito di conoscere un eccellente liutaio che riporta in vita con ammirevole maestria il vecchietto, il mio mandolino centenario. Lo suono in giardino in un caldissimo pomeriggio di luglio, esercitando i capitomboli melodici di "Rise" di Eddie Vedder

I legni e le corde vibrano con gusto e da quel vecchietto esile, leggero e minuscolo (rispetto alle ordinarie chitarre di casa mia), proviene un volume deciso, un suono tondo e completo; non mancano gli squilli degli alti e neppure i sorprendenti bassi quadrati. Con orgoglio, il mio mandolino centenario riprende a cantare dopo stagioni e stagioni di letargo. Si nota che è di nuovo felice*. 

Il legno stagionato ha il suo perché, oltre che estetico, anche sostanziale. Il suono antico vince. Subito e senza indugi. Umiliando nei dettagli e nell'insieme tutto ciò che il computer può creare (ed è difficile ammetterlo). 
Il sound maturo conquista. Conquista sempre. 

Tuesday, May 21, 2013

L'organo di Dioniso


Il tempo passa anche per i propri idoli ed è un fatto profondamente sbagliato. Gli idoli non dovrebbero morire mai. Rimangono tuttavia immortali le note dell'organo dei Doors, la band che più ho ascoltato durante l'università, il gruppo fondato e mantenuto tale dall'eterno Ray Manzarek.
Meno di un anno fa (luglio 2012) andavamo a Milano al concerto di Ray & Robby (e del grande Dave Brock alla voce); meno di un anno fa Ray suonava il suo hammond aggiungendo alle sue mani sulla tastiera un piede, a creare il caos, come se già non lo creasse normalmente; meno di un anno fa rivelò nel microfono che mentre noi ragazzi eravamo lì a sentire ciò che restava dei Doors, secondo lui nel frattempo i nostri genitori, da qualche parte, stavano sicuramente scopando. Che idolo immenso.
Ascolto le note di Queen of the highway e mi innamoro, le vertigini di Strange days e non capisco come, da quale angolo dell'inferno, siano sopraggiunte sulla terra sonorità così cupe, spaventose, maliziose e come invece, sempre dalla mano di Ray siano scaturiti paradigmi felici e saltellanti (Peace frog, Soul kitchen) e inni al lato più doloroso del romanticismo (The crystal ship - forse la mia preferita). I giri di Ray in Waiting for the sun e Five to one li ho dentro, non potrò mai dimenticarli nemmeno sforzandomi: 5 note, forse 7, dirette, senza troppo girarci intorno. Si va al punto con Ray, il tono è sexy, il dettaglio è estatico e, più di tutto, Ray porta "il cupo" nella musica moderna: un merito che lo rende musicologicamente rilevante, mitologicamente indimenticabile. Gli assoli di Light my fire e Riders on the storm rappresentano i tardi anni '60, la Venice Beach del dissenso, un continente che si scopre ad amare, macchine fotografiche meccaniche dalle ottiche fisse e poi colori nella moda, finalmente, per la prima volta colori veri, vividi, di una California che, per chiunque l'abbia vista, ha molto più senso se vissuta con Ray a massimo volume (i vetri devono tremare su L.A. woman, mi raccomando). E in quel periodo irripetibile, con il meglio della musica moderna internazionale, Ray era lì, tra i top, oltre le vette di Huxley, a sguinzagliare saette di hammond con l'autorevolezza del professore; il più vecchio della band, il regista dei Doors, capace di suonare note misurate, puntuali e nette:

Tuesday, May 7, 2013

Doppia cifra


(ITA - ENG follows)
Dieci anni fa entrava per la prima volta Dave Pàiza nella sala prove dell'I.T.I.S. Castelli; lo aveva scovato il Colo all'università. Era la prima volta che suonavamo noi quattro: Colo, Bob Pàiza, Dave Pàiza ed io.
Fu proprio in quei giorni che iniziò a balenare l'idea di smetterla di suonare pezzi scritti da altri. E fu proprio in quei giorni che ci demmo un nome. Da allora in poi iniziò una di quelle parentesi che contano.

La prima fu Ames, poi Twilight, dopo poco Light brown.
Poi tante altre idee, comparvero persone, qualcuno ci diede una mano, qualcuno no, alcuni ci fecero sinceri complimenti, ci furono concerti, discussioni, set fotografici in siti industriali abbandonati, pagamenti, scadenze, divergenze, illuminazioni, alcuni errori, alcuni giudizi affrettati su canzoni e su persone, serate estreme, ingenuità, soddisfazione, incomprensioni, adrenalina, gioia;
e poi una chiesa di evangelisti africani, la sensazione che si andasse da qualche parte e ci si andasse insieme, un entourage, un benzinaio, una chitarra incredibilmente viola, il compagno Four Roses (io lo odiavo in realtà);
ci fu Tamiris, qualche modella da immortalare, alcune stazioni radio assassinarono ogni (presunta) poesia, alcuni pareri ci montarono la testa, alcuni musicisti partirono poi per un lungo viaggio (forse siderale), alcuni professionisti ci aiutano ancora oggi, qualcuno di noi ha avuto l'intelligenza di ammettere a sé stesso la fine di un'epoca mentre qualcun altro si ostina a tenerla in vita con un polmone d'acciaio malinconico seppur zeppo di idee;
c'è gente che ci regala pareri sproporzionatamente entusiastici, c'è gente che se ne frega totalmente, c'è perfino qualcuno che ci attende, ci sono dei ricordi che vanno al di là del suono e del ritmo, dell'esercizio e della moda, del rock e del nostro periodo bohemien;
abbiamo fatto molti briefing e filmato dei videoclip, sperimentato arnesi musicali ulteriori consci dei nostri limiti, di recente valutato dissonanze, miraggi elettronici, consigli setacciati nel parco senza accademia degli ascoltatori;
ci sono infine stati dei viaggi tanto irripetibili in terre rarefatte che accennarne una breve descrizione fa male ed esalta allo stesso tempo.

Friday, March 29, 2013

Radixes


All'inizio di una nuova fase di incisioni è necessario lottare con la fretta derivante dalla voglia di vedere un risultato, con i problemi di budget, le insidie tecniche, gli inconvenienti informatici, ma la difficoltà principale rimane sempre ritagliare il tempo necessario per l'infinita attività che avviene davanti al computer. Tuttavia il primo dei due passi verso la Terra Zero è in atto ed è forse proprio quella attuale la fase più bella delle tante che si susseguono per produrre un nuovo album: dall'idea grezza e abbozzata si punta ad un prodotto musicalmente coerente il cui dettaglio ultimo dev'esser fedele all'idea iniziale, che spesso risale ad anni prima della vera e propria registrazione. L'attaccamento alla scintilla d'origine, con i suoi limiti e le sue possibili ingenuità, è la chiave per arrivare ad ascoltare un disco finito, impacchettato e lucidato a dovere, che davvero convinca.


Friday, February 22, 2013

Pictorially

Mentre muoviamo i primi passi verso la nostra Terra Zero, un po' di esempi fomentanti di grandezza indubbia (ai quali guardare con ammirata umiltà e consapevole sproporzione) non guastano mai...

While moving the first steps towards our Earth Zero, some inciting examples of undoubted greatness (to be looked at with admired deference and aware disproportion) never hurt...


"[...] I now see that sorrow, being the supreme emotion of which man is capable, is at once the type and test of all great art. What the artist is always looking for is the mode of existence in which soul and body are one and indivisible: in which the outward is expressive of the inward: in which form reveals. Of such modes of existence there are not a few: youth and the arts preoccupied with youth may serve as a model for us at one moment: at another we may like to think that, in its subtlety and sensitiveness of impression, its suggestion of a spirit dwelling in external things and making its raiment of earth and air, of mist and city alike, and in its morbid sympathy of its moods, and tones, and colours, modern landscape art is realising for us pictorially what was realised in such plastic perfection by the Greeks. Music, in which all subject is absorbed in expression and cannot be separated from it, is a complex example, and a flower or a child a simple example, of what I mean; but sorrow is the ultimate type both in life and art. Behind joy and laughter there may be a temperament, coarse, hard and callous. But behind sorrow there is always sorrow. Pain, unlike pleasure, wears no mask. Truth in art is not any correspondence between the essential idea and the accidental existence; it is not the resemblance of shape to shadow, or of the form mirrored in the crystal to the form itself; it is no echo coming from a hollow hill, any more than it is a silver well of water in the valley that shows the moon to the moon and Narcissus to Narcissus. Truth in art is the unity of a thing with itself: the outward rendered expressive of the inward: the soul made incarnate: the body instinct with spirit. [...]"
(O. Wilde, "De Profundis")

"[...] Ora capisco che il dolore, essendo la suprema emozione di cui l'uomo è capace, è insieme il modello e il banco di prova di tutta la grande Arte. L'artista è sempre alla ricerca di un modo di esistere in cui anima e corpo siano uniti e indivisibili; in cui l'esteriore sia espressione dell'interiore; in cui la forma riveli l'essenza. Di tali modi di esistere ve ne sono non pochi; la giovinezza e le arti che hanno per oggetto la giovinezza possono servirci a un dato momento da modello; in un altro momento preferiremo pensare che, nella sua delicatezza e sensibilità di impressioni, nella sua capacità di evocare uno spirito che alberghi negli aspetti esteriori delle cose e si vesta ugualmente di terra o d'aria, di città o di nebbia, nella morbida fusione dei suoi umori, toni e colori, la moderna pittura paesaggistica stia realizzando per noi pittoricamente ciò che fu realizzato con tanta perfezione plastica dai Greci. La musica, in cui il contenuto è totalmente assorbito nell'espressione e non può esserne separato, è un esempio complesso di ciò che sto tentando di dire; un fiore o un bambino ne sono un esempio semplice; ma il dolore ne è il prototipo, nella vita come nell'Arte. Dietro alla gioia e al riso può esservi un temperamento rozzo, duro e insensibile. Ma dietro al dolore vi è sempre il dolore. La sofferenza non porta maschera, al contrario del piacere. La verità in Arte non è una corrispondenza tra l'idea essenziale e l'esistenza accidentale; non è la somiglianza tra forma e ombra, o tra il riflesso della forma nel cristallo e la forma stessa; non è l'eco rimandato dalla cavità del monte, né lo specchio d'acqua argentea che dalla valle mostra la luna alla luna e Narciso a Narciso. La verità nell'Arte è l'unità di un oggetto con se stesso; l'aspetto esteriore esprimente l'interiorità; l'anima incarnata, il corpo infuso di spirito. [...]"
(O. Wilde, "De Profundis")