Thursday, May 7, 2015

Echi purpleliani, ricordi sfuggiti, prog lisergico

Sbirciando qua e là tra biografie, curiosità passate e recensioni della spietata concorrenza, colgo un fatto univoco: i GLEAM sono una band sofisticata, che lavora con precisione, leziosità, curando i dettagli. Il duo bresciano ha sempre mostrato una certa nobiltà artistica, un velluto elettronico pennellato da chitarre, una tessitura melodica di quelle dei bravi artigiani, almeno così ci pareva nel loro lavoro del 2010, il fortunato "Lady Psyché and her Heart Mechanix" (leggi recensione). Poi mesi e mesi di studio per alzare l’asticella, per decorare con maggiore enfasi le armonie di un disco concettuale che nel 2013 vede la luce in "Zeroland (part I)". L’unico modo per parlare di questo disco è vivisezionarlo minuto per minuto, poiché i GLEAM ricoprono le cinque tracce presenti di molte influenze ed ingredienti, impastando tutto a mano, perché la planetaria non piace nemmeno a loro!
I primi versi di "The dance of the blades of grass" sembrano discendere dalla poetica prog della lisergica Canterbury, ma il richiamo tipicamente indie del riff di chitarra snobba quasi subito la bucolica primavera inglese. Così il terreno diventa fertile per dinamiche più funk, corrette da una spolverata di tasti che rendono il chorus orecchiabile e di cui se ne riconosce il buon odore. Nel soliloquio finale "Dance Dance, Dance, I hear you..." però mi accorgo di riferimenti palesi a Paranoid Android (Radiohead), un sentito omaggio inequivocabile quando la distorsione fa capolino chiudendo il brano come solo Johnny Greenwood avrebbe fatto.
"Iuvenila" invece si presenta come un minimalista esperimento pop anni '80, con un uso del digitale accorto, delicato, alternando melodie armoniose del piano ed un beat lievemente verso lo swing. Un testo piuttosto struggente e malinconico, il cui cantato sostenuto e recitato conferisce al brano una emozionante nostalgia di commiato, si tuffa a piè pari su una struttura ritmica che ne segue l’onda emotiva.
Un approccio più funky sembra avere "Borealis temptation", complessa e contraddittoria, ma al tempo stesso frizzante senza bollicine fastidiose al palato. Le tastiere richiamano nuovamente al passato, verso echi purpleliani, in uno schema assolutamente libero nel quale convivono molti (forse troppi!) elementi diversi. La durata del brano tuttavia giustifica lo sforzo, ed il castello sonoro regge senza compromessi. La ballata densa di "Space express" rappresenta il momento più dinamico del disco, nel quale il dualismo tra acustico ed elettronico trova la sua strada autonomamente, senza mai appesantire il brano con soluzioni più sofisticate.
Concludo con "Never really gone" il cui freddo ma delicato cantato ormai mi è entrato in testa (ma non è sostanzialmente un difetto) e si fonde tutt’uno con le armonie di ricordi passati, sfuggiti, rimasti un po’ dentro e un po’ fuori l’anima. Senza virate improvvise il brano scivola in un lungo dolce oblio, chiudendo in crescendo un disco nel quale le idee sono talmente tante che probabilmente non tutte trovano la propria dimensione in soli cinque brani.
L’obiettivo che i GLEAM si sono posti con "Zeroland (part I)" è molto ambizioso, ma forse ci sarebbe voluto un minutaggio più ampio ed una maggiore concentrazione su pochi e distinti elementi, per raggiungere quella crema sonora tra un brano e l’altro che nelle intenzioni c’è tutta, ma che ogni tanto impazzisce verso mete del tutto diverse… tuttavia la sua naturale continuazione, "Zeroland (part II)" è già in cantiere, per cui il giudizio finale aspetterà lo sbocciare della crisalide… non ci resta che pazientare!



Glancing here and there between biographies, past curiosities and reviews of the ruthless competition, I understand an unequivocal fact: GLEAM is a sophisticated band that works with precision, affectation, handling the details. The duo from Brescia has always shown a certain artistic nobility, an electronic velvet brushed by guitars, a melodic weaving of skilled craftsmen, or at least it seemed so in their work of 2010, the lucky "Lady Psyché and her Heart Mechanix" (read old review).
Then months and months of study to raise the bar, to decorate with more emphasis the harmonies of a conceptual album that in 2013 sees the light in "Zeroland (part I)".
The only way to talk about this record is to vivisect it minute by minute, as GLEAM covers the present five tracks of many influences and ingredients, mixing everything by hand, because neither they like planetary music!
The first verses of "The dance of the blades of grass" seem to descend from the prog poetics of the lysergic Canterbury, but the lure of the typically indie guitar riff almost immediately snobs the bucolic English spring. So the soil becomes more fertile for more funk dynamics, corrected by a sprinkling of keys that make the chorus catchy and which you recognize the good smell of. In the final soliloquy "Dance, Dance, Dance, I hear you ..." I realize overt references to Paranoid Android (Radiohead), a heartfelt unequivocal tribute when overdrive peeps in closing the song as only Johnny Greenwood would.
"Iuvenila" instead looks like a minimalist experiment of 80's pop, with a shrewd, delicate use of digital, alternating harmonious melodies of the piano and a beat slightly towards swing. Rather poignant and melancholy lyrics, its sustained and recited vocals give the song a thrilling nostalgia of farewell, diving in both feet on a rhythmic structure that follows its emotional wave.


"Borealis temptation" seems to have a more funky approach, complex and contradictory, yet crisp without bubbles annoying the palate. Keyboards again recall back to the past, towards Deep Purple-like echoes, in an absolutely free scheme in which many (perhaps too many!) different elements live. The duration of the piece however justifies the effort, and the castle of sound holds without compromise. The dense ballad "Space Express" represents the most dynamic moment of the album, in which the dualism between acoustics and electronics finds its own way independently, without ever burdening the song with more sophisticated solutions.
I conclude with "Never really gone", its cold though delicate vocals now entered my head (but it's not essentially a fault) and merge with the harmonies of past, escaped memories, that were left a little inside and a little outside the soul. Without sudden turns the song slips into a long sweet oblivion, ending in a crescendo an album in which ideas are so many that probably not all of them find their own dimension in just five songs.
The goal that GLEAM fixed with "Zeroland (part I)" is very ambitious, but perhaps it would take a broader playing time and a greater concentration on a few less distinct elements, to reach the creamy sound between each song that it's anyway present in the intentions, but that sometimes goes crazy towards quite different destinations... however its natural continuation, "Zeroland (part II)" is already under construction, so the final judgment will wait for the blossoming of the chrysalis... we just have to be patient!